Motta San Givanni

 

Motta San Giovanni è un comune italiano di 5 529 abitanti (dati Istat 2024) della città metropolitana di Reggio Calabria, si affaccia sullo stretto di Messina e confina con i comuni di Reggio Calabria e Montebello Ionico. È divisa in tre frazioni: Motta San Giovanni il paese collinare, Lazzàro il paese costiero e Serro Valanidi situato al confine con il comune di Reggio Calabria.
Lazzàro è il nucleo abitato con le testimonianze materiali più antiche, si estende per circa 6 km lungo la costa ed è nota per essere una località di notevole interesse archeologico, ciò ha consentito negli ultimi anni di aprire al pubblico un museo e un’area archeologica che prendono il nome di Leucopetra, dal greco antico Λευκοπέτρα: pietra bianca, cioè il colore del vicino promontorio di Capo d’Armi.
Nel 1948, durante i lavori per la costruzione dell’acquedotto, fu rinvenuta casualmente una stipe votiva dedicata al culto della dea Demetra: una larga fossa nella quale sono state deposte numerose statuine in terracotta attestanti un culto ad una divinità agreste identificabile con Demetra.
Già nel 1904 erano state rinvenute alcune statuette fittili femminili databili intorno al IV secolo a.C., dedicate probabilmente a Demetra e a Kore. In occasione degli scavi del 1904, fu rinvenuta contestualmente una colonnina dorica e una stele di pietra databile nello stesso periodo delle statuette, recante l’iscrizione: «Kleainetas, figlio di Nicomaco, vota alla dea la decima parte di qualcosa di suo». Due importantissime testimonianze di una frequentazione greca, attestazione della presenza di villaggi abitati probabilmente da contadini, ciascuno con il proprio luogo di culto: quasi certamente non un tempio ma piuttosto un recinto sacro, nel quale i devoti deponevano le loro offerte. (Fonte: Francesco Arilotta “La storia di Motta San Giovanni e del suo territorio”)
Due fonti antiche molto importanti citano Leucopetra, il geografo greco Strabone ne indica la posizione: «Chi naviga da Rhegion verso levante per una distanza di 50 stadi [9 km], trova quel promontorio che dal colore chiamano Leucopetra, col quale, dicono, finiscono gli Appennini.» (Strabone, Geografia, VI, 1, 7). Ma Leucopetra è citata anche da Cicerone, il quale fece sosta a Lazzaro nel 43 a.C., in fuga da Roma: «Ma dopo che i venti mi avevano spinto dalla Sicilia a Leucopetra, che è un promontorio del territorio del reggino […]» (Cicerone, Filippiche, I, 7). È proprio lui a citare la villa dell’amico Publio Valerio nella quale fu ospitato. Gli scavi archeologici hanno permesso di portare alla luce una villa romana di età imperiale con pavimenti a mosaico e della quale sono oggi visibili il mausoleo e una porzione di abitato tardo antico poi convertita in necropoli, in uso probabilmente fino al IX sec. Sono cospicue qui le testimonianze dei primi cristiani e anche di una comunità ebraica.
La invasioni barbariche iniziate nel V secolo d. C. costrinsero gli abitanti di Lazzaro a spostarsi gradatamente verso le zone collinari, ciò comportò la costruzione di una delle strutture simbolo del comune: il Kastron di San Niceto, edificato nella prima metà dell’XI secolo sulla cima di un’altura rocciosa, nei pressi dell’attuale centro abitato di Motta San Giovanni. Tra tutte le fortificazioni calabresi di età pre-normanna è quella che conserva la struttura più integra ed è una delle poche fortificazioni bizantine sottoposte a lavoro di restauro e recupero. Ha una struttura davvero unica che ricorda la forma di una nave, con la poppa che guarda allo Stretto e la prua all’Aspromonte. Qui è presente l’unica porta di accesso protetta da due torrioni.
All’esterno del castello sono presenti diverse costruzioni tra cui chiesa della SS. Annunziata con la cupola affrescata in modo tradizionalmente bizantino: il soggetto è il Cristo Pantocratore in posizione benedicente. All’interno delle mura sono presenti un mastio, i resti di tre palazzi, una cisterna visibile in tutta la sua struttura e una chiesetta probabilmente intitolata a San Niceto.
La fortificazione è di fatto un Kastron bizantino che serviva a mettere in salvo le merci e tenere al sicuro la popolazione durante le incursioni saracene molto frequenti all’epoca sia lungo le coste calabresi che siciliane. Sono numerose anche le chiesette rurali risalenti al periodo bizantino, resti di due chiese a navata unica sono visibili nel territorio della frazione costiera di Lazzaro e altre nove sono presenti nelle colline intorno al paese di Motta San Giovanni.
La prima menzione di Motta San Giovanni risale ad un documento del 1412, ma solo dopo la caduta di Santo Niceto ad opera degli Aragonesi a metà del XV sec., si ha la crescita dell’abitato di Motta San Giovanni (in precedenza villaggio dipendente da Santo Niceto) il cui nome deriverebbe dal monastero di San Giovanni Teologo,
Nel 1466 ottenne un’autonomia amministrativa e venne riconosciuta la sua universitas. Successivamente divenne a sua volta una baronia, in possesso prima dei Ruffo e poi, dal 1574, dei Villadicane, che ne rafforzarono le fortificazioni. Dal 1604 fu acquisita dai Ruffo di Bagnara e nel 1682 divenne principato.
Nel 1811 divenne comune autonomo e vi fu aggregato il villaggio di Pellaro, fino al 1834, quando quest’ultimo divenne comune autonomo e Valanidi entrò a far parte delle dipendenze di Motta. Fino agli anni cinquanta l’economia è stata essenzialmente agricola. Gli anni successivi hanno visto il paese subire una forte emigrazione verso il nord Italia e paesi europei come la Francia, la Svizzera e la Germania, con il conseguente abbandono delle campagne.
Nel periodo prebellico, tra il 1912 e il 1913, venne realizzata, per opera di un suo cittadino Carmelo Catalano, una centrale idroelettrica, sfruttando le acque che lambiscono il territorio comunale. Dopo la realizzazione di un elettrodotto tra la centrale (in rione San Giorgio) ed il paese, Motta poté usufruire della luce elettrica, in un periodo in cui i territori limitrofi venivano illuminati ad olio e petrolio. Nel 1915 venne installato il primo mulino per cereali a trazione elettrica.
Nel 1908 Lazzàro fu distrutto dal terremoto e maremoto che ne seguì e il paese fu ricostruito pochi chilometri a monte del vecchio. Le vittime del terremoto furono circa un migliaio. Fino agli anni sessanta era molto diffusa l’attività della raccolta del gelsomino e del bergamotto e la produzione artigianale di vasi. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta molti cittadini di Motta San Giovanni si spostarono in Italia e in Europa in cerca di una vita migliore, molti vennero impiegati per la costruzione di gallerie o in miniere pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, per questo oggi una sala del palazzo del comune ospita il museo del minatore ed è stato realizzato un Parco delle Rimembranze per mantenere viva la memoria di una storia dolorosa fatta di lavoro e sacrificio.

 

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