
Bova marina a dispetto della maggiore notorietà della corrispondente acropoli “ Bova” ha una sua dignità intrinseca essendo stata abitata sin dal VI millennio AC. Numerosi sono gli insediamenti preistorici ritrovati (circa 70) attorno al centro di Bova Marina, in particolare del neolitico, dell’età del rame e del bronzo. Il più antico, in località Umbro, a 200 m di altezza slm nei pressi del nuovo asse viario che congiunge Bova Marina a Bova, fu abitato inizialmente dalla prima metà del VI millennio a.C. fino al 4000 a.C., e in seguito durante l’età del Rame. Tra i ritrovamenti più caratteristici sono da segnalare una deposizione rituale di contenitori ceramici, forse da collegarsi all’abbandono del sito, e probabili strutture abitative risalenti al VI millennio a.C. Gli scavi, inoltre, hanno restituito tipici campioni di cultura materiale neolitica: ceramiche decorate a impressione, utensili in pietra scheggiata, asce in pietra, strumenti litici di ossidiana e selce, recipienti non decorati e vasi decorati. . Per via della sua posizione al centro del Mediterraneo e delle sue coste naturalmente predisposte all’approdo (è presente anche nella Tavola Peutingeriana, una delle testimonianze cartografiche più importanti del Mondo Antico) Bova Marina vide avvicendarsi sul proprio territorio diverse culture nel corso dei secoli: Enotri, Bretti, Greci, Romani, Ebrei, Germanici, Arabi, Spagnoli e Francesi. Tutti hanno lasciato un segno più o meno evidente, anche se l’indole di Bova Marina è fortemente intrisa di cultura greca: è infatti, proprio come Bova Superiore, uno dei più importanti centri grecanici nel Sud Italia, la cosiddetta Grecìa Calabrese.
Stabiliti questi termini, passiamo ora a trattare dell’abitato di Delia, che la tradizione pone a Deri, presso la foce del Torrente S.Pasquale.
Bisogna anzitutto osservare che nessun cenno su Delia ci è pervenuto da parte degli antichi scrittori greci o romani.
L’Autelitano fu il primo a divulgare con la stampa la costante tradizione della esistenza di un antico abitato ritenuto magno-greco in tale zona, e dopo di lui Pellegrini, Borrello, O. Dito, P. Catanea ed altri hanno accettato tale assunto , ed indubbiamente degli argomenti stavano a dimostrarlo. Qualcosa, ma molto poco, diceva il nome della località, Deri; ma ricordavano gli Antichi che una furiosa mareggiata aveva scoperto un giorno sulla spiaggia di Deri una fontana marmorea, che fu poi ricoperta dalla risacca, e che non può rimontare all’epoca di Delia, bensì a quella di Scillaca, poiché dalla esistenza di Delia a noi sono trascorsi solo mille anni ed il bradisisma effettuatosi durante tale periodo non supera i due metri. Inoltre, ricorda P. Catanea, sulla testimonianza del giudice Graziani, un pavimento di finissimo mosaico, venuto fuori nel 1865 a Deri, durante l’espletamento di alcune pratiche demaniali e fatto reintegrare perché non fosse danneggiato.
Anche la presenza di tempi pagani nei pressi di Capo Crisafi: il tempio detto di Ercole presso la foce del T. Climi, quello di Giove ad Amiddalà di cui alla fine del XVII secolo esisteva ancora il pavimento in mosaico, come ci attesta l’Autelitano, e quello di Venere su Capo Crisafi non stavano essi a testimoniare l’esistenza di un vicino centro abitato di una certa importanza?
Si diceva pure che varie colonne monolitiche di roccia silicea fossero state ritrovate presso Deri, provenienti da un tempio, e fossero state poi adoperate nel secolo passato nella costruzione di un palazzo di proprietà Nesci sulla spiaggia di Palizzi. Colà nei pressi si vedono ancora giacenti quattro colonne di sienite.
Altre colonne di marmo sarebbero state trovate, a detta degli antichi, nei pressi di Capo Crisafi o S. Giovanni d’Avalos appartenenti al ritenuto tempio di Ercole. Dove siano finite queste colonne di marmo di smisurata grandezzanon si sa di preciso. Forse sono rimaste poi interrate per effetto del brandisisma della costa o forse furono trasportate altrove sezionate od intere. A Bova infatti, nei lavori di rifacimento del vecchio Episcopio è venuto alla luce nel 1958 un segmento di colonna di marmo di rilevante mole (diametro originario cm. 46) che giustifica la necessità per cui, data la difficoltà dell’epoca per i trasporti, sì è dovuta sezionare. Altro segmento, gemello fu rinvenuto nel 1957 dal Sig. Anselmo Vacalebre a Bova in un muro a secco ed è da lui posseduto.
La presenza di quei segmenti induce a credere che per lo meno due colonne siano state traslocate in tal modo e si pensa che successivamente possano essere state adoperate, nei loro singoli pezzi, come pietre comuni da costruzione.
L’Autelitano ricorda inoltre il « prepiglio» (peristilio) della vecchia Cattedrale, peristilio le cui colonne che si dicevano pure provenienti da Delia sono scomparse, forse interrate nel piazzale antistante la Cattedrale attuale.
Tutto ciò veniva ripetuto, ma non costituiva una prova sicura.
Alla superficie del terreno nell’appezzamento Deri affioravano solo dei ruderi di un fabbricato che tradizionalmente si attribuiva ad un rifornimento d’acqua, e si pensava, è vero, che forse in quello c’era il pozzo a cui l’Autelitano faceva cenno nel suo scritto, ma si pensava pure che egli poteva essere in errore.
Ma nell’estate del 1958 uno scasso meccanico del terreno, portato alla profondità di quasi un metro su una superficie di tre ettari posta fra il torrente S. Pasquale e la strada poderale Limacaria e limitante con la strada statale 106 Ionica, fece emergere i pavimenti ed i muri basali di una quarantina di case, di cui alcune costruite con calce idraulica rossiccia ed altre con calce bianca grassa, poste in regolari allineamenti, portando alla superficie molto pietrame, abbondanti rottami vascolari, grossi mattoni pavimentali, elementi discoidali di colonnine in cotto, frammenti di tegole piane, qualche arnese (fra cui una bilancina in bronzo conservata oggi al Museo di Reggio Calabria della Magnagrecia), ed ossami di scheletri con due teschi umani. Su vasta parte del terreno smosso emerse un polverone carbonioso, segno evidente che l’abitato aveva subito la distruzione violenta col fuoco.
Dopo la distruzione dell’abitato il piano di campagna si sollevò man mano con gli apporti alluvionali in modo da nascondere i ruderi. Evidentemente tutta la parte delle case in un primo tempo emergente era stata asportata per un nuovo utilizzo nelle vicinanze. Frequenti frammenti di lastre di marmo bianco e di molinelli casalinghi in lava, nonché in pietre vulcaniche varie, provano la esistenza di un certo commercio con la Grecia e con la Sicilia.
Non fu trovato alcun segno di lapilli marmorei, ma solo un pezzo di piastrella della dimensione di circa cm. 20 x 25, con un frammento iniziale di iscrizione in crudo: ά Δέλ.. Tale rottame, accuratamente ripulito, rimase in mano dell’Inseg. Andrea Tuscano, che lo aveva trovato e che lo fece vedere a tutti i suoi colleghi delle Scuole Elementari di Bova Marina ove insegnava; ma andò poi smarrito per le disavventure familiari e patologiche mortali subite da lui.
Per quanto si ricercasse nella terra sconvolta, nient’altro fu rinvenuto attinente al resto della lapide. Tale frammento era indubbiamente appartenente a lapide composta di pezzi staccati e di fattura economica, riferentisi al paese.
Anche il rudere, che si riteneva un pozzo, venne nel 196o demolito e scavato, e con sorpresa di tutti, si manifestò dapprima come un deposito d’acqua; ma allargando i movimenti di terra per la costruzione della Villa Nesci vennero ritrovate sull’area impegnata di m. 18 x II i ruderi di un fabbricato che tardi, molto tardi purtroppo, perché i lavori furono condotti con criterio mirante ad altro fine, fu identificato con sicurezza per parte di uno stabilimento termale, di cui si osservarono i vari ambienti riscaldati da pavimento e pareti radianti. Bene riconosciuto il laconicum per il bagno di sudore, di m. 2 x 2,50 circa, con sotto-pavimento a grosse piastrelle in cotto di cm 60 x 40, sostenute da colonnine pure in cotto, formate da mattoni discoidali, e con circolazione, nel vano sottostante, dei prodotti caldi della combustione. Il polverone di carbone, ivi giacente, granulare piuttosto grossolano attestava che il focolare non doveva essere molto lontano o per lo meno che il tiraggio fosse molto energico.
Il laconicum era riscaldato anche da calore radiante dalle pareti per effetto di condotti ad aria calda verticali ricavati con elementi prefabbricati lunghi cm. 35 e con foro di cm. 7 x II. Di tali manufatti si osservavano due distinte fatture di cui i più della misura indicata, ben modellati da persone provette nell’arte, ed altri, con sezione conducente di cm. 7 x 9, di riparazioni successive, rabberciati alla meglio.
Agli incastri dei muri restavano ancora i residui del rivestimento marmoreo delle pareti, ed anche il pavimento doveva essere di marmo ed avere subito la asportazione delle lastre, perché sull’impiantito si osservava solo uno strato rustico in calce e ghiaia, soprastante alle grosse piastrelle. La vasca per il riscaldamento dell’acqua era prossima al laconicum ed era costituita da una torre a perfetta tenuta di circa m. 1,20 di diametro e con pareti radianti: di essa restava solo la parte bassa, nella quale si osservava che radicali trasformazioni erano state apportate in epoca successiva alla primitiva costruzione.
La prima costruzione era stata eseguita con quella calce idraulica grigio-rossiccia che si ottiene dalla pietra calcarea marnosa che si trova a strati nelle orgade eoceniche; i successivi adattamenti furono fatti invece con calce bianca grassa del calcare giurassico. Nel primo impianto era evidente che il riscaldamento dell’acqua avveniva anche direttamente col focolare sottoposto alla torre (erano ancora bene identificabili le bocche, poi otturate, per l’immissione del combustibile), mentre nell’ultimo adattamento il calore veniva dato alla torre solo a mezzo dei condotti a fumo ed aria calda partenti da un focolare che non fu rintracciato perché non furono estesi gli scavi, ma i condotti sicuramente lo indicavano come esistente fuori del perimetro della villa, interrato nel lato Sud.
Dalla torre di riscaldamento l’acqua veniva portata alle vasche da bagno a mezzo di tubazioni del diametro di circa 5 centimetri, costituite da una lamina di piombo larga 20 centimetri, arrotolata a tubo, con i bordi a contatto ed annegata nella malta idraulica.
Furono identificate due stanze da bagno (con vasca di circa m.
I,60 x 70) di cui una restava verso l’angolo Sud-Est ed altra a N-E; ma il rintraccio di un pezzo di tubazione di piombo diretta verso Sud, al limite estremo degli scavi, fa pensare ad una terza stanza da bagno che doveva essere il frigidarium, perché da quel lato fu identificato un altro fondello di vasca d’acqua senza riscaldamento.
In tre ambienti venne rintracciata la pavimentazione a mosaico policromo. I disegni, non potuti controllare, perché non furono estesi gli scavi, nuocendo ciò alla ditta appaltatrice, e non avendo a quell’epoca il sottoscritto alcuna veste per farlo, erano stati composti con uso di tessere di produzione locale: pietra bianco-lattea o rosea del calcare giurassico, grigia o verdiccia del calcare marnoso dell’eocene, nera del mavrópulo della formazione filladica del paleozoico.
Le vasche e le pareti delle stanze da bagno, che erano con pavimento a mosaico, avevano anche esse il rivestimento in marmo con lastre bianche e verdoline alternate, spesse 15 millimetri circa, di cui restavano solo dei frammenti agli incastri delle pareti ove avevano resistito alla asportazione.
L’area impegnata dalle terme è superiore a quella del fabbricato attuale: a N.-E. i ruderi si estendono al di fuori di esso a circa 25-70 centimetri di profondità (è avvenuto anche un cedimento del terreno, tanto che la superficie del mosaico non è più livellata), dagli altri due lati, verso S.-W., i pavimenti antichi vanno ad affiorare e furono parzialmente asportati attraverso i secoli. A Sud forse sarà ancora reperibile il focolare interrato e un’altra stanza da bagno.
Nell’area della nuova costruzione non fu rinvenuto il pozzo della tradizione; ma esso è certamente nei pressi, perché l’impianto termale doveva essere collegato ad un rifornimento di acqua. Giova a tal proposito osservare che la ricerca di acqua, effettuata in questi ultimi anni nella zona per scopi agricoli, ha dato solo in quel punto esito positivo.
Questi reperti indicavano con certezza che quivi era esistito un abitato di rilievo, ma era legittimo supporre che le terme potessero appartenere ad una stazione itineraria della strada romana ionica e servissero di conforto ai viaggiatori.
Tutti gli scrittori che si sono occupati di Bova, convennero a dirla antichissima ma è il Vescovo Autelitano, bovese, il principale, se non il primo scrittore, che si riporti ad una origine locrese, l’unico ad esporre una tesi ben sviluppata, se pure in qualche punto si appalesi anacronistica. Dice l’Autelitano, che cita un passo di Dionisio Afro , che Bova fu fondata da una Regina greca (il matriarcato fu dominante in alcune stirpi greche) la quale non si sa da quali regioni greche provenisse; mentre il Larizza, che richiama lo stesso brano di Dionisio Afro, ma per Locri, la dichiara appartenente ai locresi Narizi che sarebbero in definitiva i Locresi Opunzi , ma tale sinonimo nella stessa antichità fu usato raramente. La Regina dei Narizi, sbarcata qui, avrebbe senz’altro fissato la sua residenza sulla cima del monte di Bova: avrebbe poi riuniti i popoli trovati al di qua del Promontorio Zefirio e discendenti dagli Ausoni, dai Fenici-Aramei e dagli stessi Greci arrivati prima, e le sue genti (Locresi Zefiri) unite ai Locresi Epizefiri avrebbero costituito il primo nucleo della Repubblica Locrese.
Scrive l’Autelitano : « Tra le contrade abitate dalla gente
Aramea o Armena (sic!) nella regione Australe d’Italia, che dal Promontorio Zeffirio si stende fino al Faro, una delle più frequentate e considerevoli fu la piaggia che fra il cennato Promontorio, oggi detto Capo Bruzzano, ed il fiume Alece, or detto di Amendolea, si frammezza. Questo spazio di forma semicircolare, formato dalla curva delle vicine montagne, e dalla linea del mare, che il territorio Locrese-Zefirio costituiva presso gli antichi, coverta di sparse abitazioni, resse in istato negletto ed oscuro, finché quella gente primitiva, ebrea di nazione, come vuole S. Girolamo, non avesse ricevuto incremento dalle greche colonie, in vario tempo emigrate dalle greche regioni.
«La sopravvenienza però delle prime di queste, fu cagione che in un piano distante due miglia e mezzo dal mare, si fosse fatto concentramento di gente, riunioni di abitazioni, delle quali l’occhio tocca tuttavia qualche rudere, che scuopresi sulla terra aratoria, la quale serba il nome ad essa dato dai Greci. Le vicende dell’Arcipelago e dell’Asia
Minore mossero di colà alcune torme di gente, le quali, sotto diversi capi passando lo Ionio, si fermarono lungo la spiaggia ridetta, dando alle terre ed alle abitazioni che edificarono, ed in cui si raccolsero, i nomi dei luoghi e delle città dai quali vennero deturpate, o a cui dettero l’addio. Fra queste fu rimarchevole la gente qui trasmigrata dall’isola di Delo , la quale si fermò ad abitare una pianura toccante il lido, in distanza diretta da quella prima stazione, e da un’altra stabilita tra queste due, appellata Panaghia, dando alla stazione marittima il nome di Delia, oggi detta Deri la terra che la sostenne, la quale fu più considerevole, poiché allettate le genti delle due superiori ragunanze, vi si unirono, edificando anche un magnifico tempio, ed un pozzo di eccellente acqua, di struttura greca, il quale sussiste in pessimo stato, ma mutilato della greca iscrizione che in tempi non molto rimoti leggevasi. Era detta Paleapoli quella prima stazione, vocabolo greco, che vuol dire, come si sa, città antica; e Panaghia quella di mezzo, perché dedicata a tutte le divinità greche, come indica la parola.
«Mentre le cose erano in questo stato, e la popolazione Delia era infestata dalle escursioni dei tiranni vicini, massime di quei di Reggio, la gelosia, l’ambizione e la prepotenza dei quali diffondeva la crudeltà e l’oppressione per tutti i luoghi vicini, sopravvenne un’altra greca colonia in sequela di una sua regina, di cui l’antichità ignorò il nome ed il regno, e della quale fa cenno Dionigi Afro nel libro De situ Orbis. Questa, situando la sua gente lungo le pianure, che dal capo Erculeo, oggi Spartivento, prolungasi sino al fiume Alece, riunì parte delle greche genti sotto il suo dominio, ed a vista della soggezione delle marittime stazioni alle devastazioni altrui, prescelse per fissarvi la sede, come si ha da costante tradizione, il sito più alto settentrionale al Capo Zefirio, che guarda come dal mezzo di una curva semicircolare il Capo stesso dall’oriente, e l’Alece per l’occidente, ed in questo alto ma isolato monte, denominato allora con greca voce Vudà o Vunà, derivata da greca voce che vuol dire bove, perché il luogo era addetto al ricovero di tali animali, edificò la città che fu la principale dei Locresi Zefiri, e come la capitale delle altre molte riunioni sparse nel distretto compreso tra il detto Capo ed il fiume Alece dalla parte del mare,e fra una curva catena di un ramo degli Appennini che la circonda da occidente, settentrione ed oriente:
« Hinc ad boream Zephirii, quae summa vocatur, sub quo sunt Lo-crii celeres, qui tempore prisco, in hac Reginam propriam veneri se-
cuti, Ausoniamque tenent, qua currit fumen Alecis »: sono le parole di Afro.
IL NOME
Esaminiamo frattanto l’etimologia del nome del paese, che l’Autelitano vuole derivato da Vudi, senza considerare però che questo vocabolo appartiene al greco moderno βοΰδι (= bue) o tuttalpiù al βoδι bizantino e non al magnogreco, mentre l’antico grecanico Vuna ancora usato ci riporta chiaramente al magnogreco Bova derivato da βοΰνα che vuol dire bovile, vaccarizio (I) e che fu il primo nome greco della località, dovuto alla sua destinazione, e solo in tempo. successivo variato in Vua (2). Il Vua sarebbe, secondo il Rohlfs (3), l’accusativo singolare βoϋa di βoϋς (= bue), e con questo nome greco classico i Normanni conobbero il paese che aveva per stemma un bue; ma nel XII secolo un geografo arabo-normanno, traducendo nella sua lingua araba, lo indicò con Tûr (= bue, toro); due secoli prima però i Bizantini estromessi lo avevano chiamato per dileggio
βoïδιoν (= boicello, piccolo bue).
L’Autelitano, certo seguendo l’Anonimo bovese, indicò in Vuà e non in Vùa il nome grecanico del paese successivo al Vunà, la quale differenza porta a valori reali diversi.Con Vuà nel grecanico bovese si intese l’insieme dei buoi; in altre parole Vuà ha quasi lo stesso significato dell’originario alto magno-greco Bova (Vôna) e del derivato basso magnogreco Boũva (Vuna) che ha ancora per sua precisa versione grecanica Vùna; per cui con il grecanico Vunà si intese l’insieme dei bovini, dei buoi e dei pastori con le loro abitazioni.
Vunà e Vuà esprimono infatti un contenuto plurale, così come Amiddalà, Agrappidà, Caridà, Spartà, Carrà, ecc., che sono oggi nomi di località, indicavano originariamente coltivazioni di piante di mandorlo, pero, noce, ginestra, cerro ecc. Tanto fu già rilevato da qualche glottologo Ma, come fu detto, il concetto del bovile fu poi sostituito, nell’indicare l’abitato, dal concetto del bue riferentesi allo stemma (4) e questa sostituzione si è osservata anche altrove nell’Italia Meridionale. Così, p.e., Santa Ciriaca finì col chiamarsi Gerace dallo sparviero (ispax, Jeraci) che costituiva l’emblema; Vibona, Mons Leonis, dal leone che fregiava lo stemma; ecc. Pertanto, attraverso i tempi ed a causa dell’uso promiscuo delle parlate greca, latina, grecanica e talora araba, nonché delle diverse sostituzioni di dominio, il paese attraverso i secoli fu variamente indicato in greco con Bova, Bova, Beva, Botdiov, Bows, Büs, Boũa; mentre in volgare fu Vina, Vunà, Vuà, Vừa.
Inoltre, risalendo la vallata della fiumara di San Pasquale si possono visitare i ruderi della chiesetta bizantina della Panaghìa, uno degli innumerevoli luoghi dell’itinerario di culto dei santi italogreci d’età bizantina, che ricorda nella sua struttura circolare il battistero di Santa Severina e la Cattolica di Stilo.
Ed ancora, a testimoniare il culto bizantino, si può visitare, in località Apambelo su una piccola collinetta che si alza tra gli uliveti e le distese di ginestra, i ruderi di un altro tesoro bizantino, la chiesetta di San Niceto databile al X secolo
. Proprio lungo l’argine destro del piccolo fiume, in prossimità della foce, è stata infatti rinvenuta una sinagoga, una delle più antiche del Mediterraneo, decorata con uno splendido mosaico pavimentale della metà del IV secolo d. C. realizzato con tessere musive policrome, l’opera raffigura all’interno di sedici riquadri, simboli della religione giudaica, tra cui la menoràh (candelabro a sette bracci), affiancata dallo shofar, il corno di ariete allusivo al sacrificio di Isacco, e da una foglia di palma (lulab) insieme ad un cedro (etrog), il frutto perfetto della religione giudaica, utilizzato durante la festa di Sukkot, che ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto prima di giungere alla terra promessa. I manufatti rinvenuti nel sito archeologico, si conservano nell’Antiquarium del parco ArcheoDeri, insieme a singolari scoperte dell’intera area, la cui peculiarità risiede nella sua straordinaria continuità con il passato magno greco e bizantino. Tra i reperti spiccano le anse di anfore del IV-V sec. d.C., vidimate con timbri raffiguranti candelabri a sette bracci, utilizzati per certificare i cibi contenuti, confezionati secondo le norme kosher; un balsamario raffigurante Kore, del VI secolo a. C., rinvenuto nelle fondamenta di una fortezza magno greca, distrutta durante un conflitto tra le polis di Reggio e Locri, nel corso del V sec. a.C., e una piccola figura antropomorfa in ceramica, del tipo delle grandi madri neolitiche, della seconda meta del VI millennio a.C.. La sensazionale stratigrafia storica della valle non è confinata solo ai margini della foce del San Pasquale. Lungo la fiumara è infatti presente un immensa villa romana tardo antica, munita di una basilica absidata, un tempo decorata con marmi, mosaici e colonne.
Visitare il sito comunale
https://comune.bovamarina.rc.it/